femminicidio, No Violenza

Anche se il mondo, a volte, te lo impedisce, tu Splendi più che puoi.

Si chiama dolore, ha mille abiti ma un solo odore. Si chiama femminicidio, e significa che ti uccidono perché sei donna.

Non so se è il nome più corretto e nemmeno se un nome fosse davvero necessario per identificare un fenomeno che esiste da sempre. Quello che so è che, come tutte le cose che un nome lo possiedono, esiste, ha delle origini, una cultura, delle motivazioni, troppe vittime ma quasi mai una vera giustizia.

Stefania, Francesca, Veronica, Maria, Barbara, Giovanna sono solo alcuni nomi delle centinaia di donne uccise nel nostro paese ogni anno. Ma, pur avendo un nome, loro non vivono più. A coltellate, a bastonate, con un colpo di pistola o a mani nude, gettate nel vuoto o tra le fiamme, soffocate o semplicemente fatte sparire, sono state uccise da chi conoscevano, da chi hanno amato e scelto, non dallo sconosciuto di cui erano abituate a diffidare da quando erano bambine. Uccise da qualcuno che le conosceva bene, sapeva le loro abitudini, le passioni e i punti deboli. Qualcuno che ha trasformato la gelosia in ossessione, che le ha umiliate iniziando a criticare ogni loro azione, che ha denigrato i loro amici e i loro familiari, che ha impedito loro di mantenere una indipendenza economica e un proprio lavoro, che ha alzato le mani una volta, poi una seconda, poi una terza, per poi diventare sempre più bravo a lasciare i segni dove non si vedono, o cambiare arma perché le mani magari non davano più soddisfazione.

Comincia così. Striscia lentamente e assomiglia a un momento difficile, un gesto inconsulto o una mancanza di rispetto. Lo è, ma non solo. È l’inizio. Il tempo zero. La gelosia diventerà sempre più insistente e inspiegabile, i soldi a disposizione diminuiranno velocemente, la libertà di esprimere le proprie idee e opinioni, di frequentare gli amici e i parenti svanirà, le botte si ripeteranno e saranno sempre più crudeli. Poi, però, arriverà la tregua e sarà accompagnata dalle scuse e da un apparente pentimento. Le più fortunate riceveranno dei fiori, le più sfortunate saranno indotte a sentirsi in colpa per quello che è accaduto.

Ma in guerra qualsiasi tregua non è mai destinata a durare. I colpi riprenderanno presto. solo un’occasione, sempre più banale, sempre più quotidiana. Da sola non puoi salvare una persona violenta, non la puoi aiutare a cambiare, non la puoi sostenere. Una persona violenta deve intraprendere un percorso molto difficile e lungo, gestito esclusivamente da specialisti. Non da una vittima impaurita.

L’unica cosa che devi fare è quella di portare in salvo la tua vita senza sentirti in colpa. Hai diritto di essere trattata con rispetto, di essere curata e compresa.

Solo nel 1975 è stato introdotto il nuovo diritto di famiglia che ha abolito la potestà maritale e ha assegnato a entrambi i coniugi pari diritti.

Solo dopo la legge n. 442 del 5 agosto 1981 è stato abolito il «delitto d’onore»: secondo il codice penale, chi uccideva il coniuge, la figlia o la sorella «nello stato d’ira determinato dall’offesa recata all’onore suo o della famiglia» aveva diritto ad attenuanti che riducevano la pena a una detenzione dai tre ai sette anni.

Solo la legge n. 154 del 4 aprile 2001 si occuperà di «Misure contro la violenza nelle relazioni familiari». Tale legge ha l’obiettivo di contrastare ogni forma di violenza perpetrata all’interno del nucleo familiare. Quindi, solo a partire dal 2001 un giudice può adottare misure urgenti in favore della vittima della violenza domestica come: l’allontanamento di un familiare dal domicilio comune con carattere preventivo, per evitare che la situazione pregiudizievole per la vittima si protragga; impedire l’avvicinamento a determinati luoghi frequentati dalla famiglia; pagare un assegno in favore delle persone conviventi che, a causa dell’allontanamento della persona violenta, rimangano senza un adeguato sostegno.

Solo nel 2009, grazie alla legge n. 38 del 23 aprile, lo stalking e la persecuzione diventano reato, facendo emergere un fenomeno dalle dimensioni allarmanti.

Dicono che i rimorsi vincano sui rimpianti perché sbagliare o infrangere il nostro codice morale ci spaventa meno che pentirci di non averlo fatto.

Dobbiamo dare un senso alla nostra vita. È il nostro obiettivo. Lo troviamo nel sorriso dei nostri figli, nel conforto della fede o nel successo lavorativo. Poi ci guardiamo nello specchio e ci ricordiamo, semplicemente, di splendere. Ancora.

Quando i tessuti e gli organi iniziano a ripararsi e a riacquistare la propria funzionalità, siamo destinati a stare meglio. Questo ci permette di riprendere a vivere una vita nel pieno delle nostre abilità fisiche. I danni psicologici prevedono percorsi differenti, altrettanto intensi e spesso con esiti sorprendenti. Tutto questo viene comunemente chiamato guarigione, il nostro ritorno all’equilibrio e alla salute. Raramente però è accompagnato dalla dimenticanza. Ma non importa, perché l’unica cosa davvero importante è ricordarsi di splendere.

Guarda sempre avanti, conta solo quello che vuoi fare adesso, e metticela tutta per goderti questo viaggio.

Tratto dal libro Splendi più che puoi di Sara Battaro.

Parla con qualcuno che ti possa aiutare, rivolgiti ai centri antiviolenza della tua città. Uscire dalla violenza si può.

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